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(4 novembre 2013) di DILETTA SIRNA E ROBERTO SAVINO (dal sito www.juventibus.com) -
inizia Roberto
"E quando il nomade Apache sbarca a Torino nel corso di una calda estate di un millennio appena iniziato, il primo pensiero che balena nella testa di un popolo che lo osserva, corre veloce più ad un Calimero rissoso che ad un valido guerriero della nota tribù indiana. Non si dirà di quanto chi scrive (ed includo, ben sapendolo, Diletta), viceversa, abbia creduto fin dal principio nel Geronimo bianconero né ci si dilungherà oltremodo sulle sue indiscusse qualità tecniche, ampiamente dimostrate e sotto gli occhi di tutti, in appena 14 partite in bianconero. Qui si va oltre o, almeno, si tenta di farlo. Perché l’Apache se ha dimostrato in così poco tempo di meritare i galloni di idolo prescindendo (si è vero, solo in parte) da un tacco volante che elude storditi difensori, da volèe federeriane concluse alle spalle di sconsolati guardiani o da finte nello strettissimo che imbambolano intere difese, lo si deve a caratteristiche del tutto inattese ed inaspettabili. Una personalità importante accompagna un giocatore dal cuore grande e dalla generosità sconfinata. E con questo vediamo cosa ne pensa Diletta, con la quale dal primo istante, correva il 26 giugno, condivido l’ammirazione per un uomo per noi bellissimo, dando un’importanza pressoché prossima allo zero al numero che porta sulla sua maglia".
Continua Diletta..."E si, Roberto. Lo sguardo è quello di un duro, con il viso segnato dai ricordi che la vita ha voluto lasciargli come cicatrice, segni di un incidente domestico, avvenuto all'età di 10 mesi. Lo chiamano Apache come il nome del "Barrìo" dov'è nato, Fuerte Apache, ma anche per i tratti somatici così simili alla tribù indiana. E Apache, Carlitos Tevez, lo è veramente, altro che Calimero. Guerriero dentro e fuori dal campo. Nato in periferia, in uno dei quartieri più problematici dell'Argentina. Lì, dove i bambini, giocano per strada tra la malavita e le difficoltà imposte. Il calcio forse, un sogno al quale aggrapparsi per non sprofondare, in quel destino che spesso viene tracciato in quartieri che hanno poche speranze, dove i bambini crescono in fretta. Talento, volontà, abnegazione, carattere, questi sono stati gli elementi principali che hanno portato Carlitos Tevez ad essere un Campione riconosciuto in tutto il mondo. Quando arriva alla Juventus, i tifosi sono sì contenti, ma non si può dire che non nutrano ancora dubbi per un giocatore che tutti definivano scontroso, ribelle, ma con grandi qualità tecniche. Sono bastate poche settimane per accertare le grandi qualità e il grande talento che Tevez ha e che porta con sé da quando nella sua Argentina, giocava con palloni che non erano di cuoio, ma allo stesso tempo è bastato poco per capire che il ragazzo dallo sguardo duro, dall'animo ribelle, non esisteva, ma anzi c'era e c'è, un uomo con grandi valori e principi".
Roberto..."Bhè Diletta, che non siano stati di cuoio quei palloni certamente è stato un bene. Sai, quando e se impari a dribblare con delle pezze tenute insieme con dello spago, affini qualità tecniche che potrebbero restare sopite per sempre e poi non ti ferma più nessuno. E’ vero, è stato davvero sorprendente scoprire determinati aspetti del suo essere calciatore che reputo fondamentali in questa annata bianconera in cui, dopo le vittorie dell’ultimo biennio, in mancanza di iniezioni di entusiasmo, carattere e determinazione, c’è il rischio di restare a bocca asciutta. Mi riferisco innanzitutto alla grandissima personalità di Carlitos, messa in mostra già su quel balcone della sede societaria con una maglietta numero 10 sventolata con orgoglio senza averla mai indossata. Lo sai, io credo pochissimo ai simboli inanimati, men che meno all’esclusività di un numero e di certo pagherei per rivedere Alessandro Del Piero con la maglia bianconera con sulle spalle qualsiasi numero, però comprendo che in questo mondo a volte si viva nella necessità di attribuire a tali simboli un valore. Proprio per questo il gesto di Carlitos l’ho letto non già come un affronto all’immensità che l’ha preceduto, ma come un’assunzione di responsabilità che valeva più di 100 promesse. Senza nascondersi, l’argentino ha lanciato il guanto di sfida, sicuro di vincerla a dispetto di voci che in maniera melliflua mettevano in dubbio le sue qualità. Un rischio, certo. Ma anche una maniera di pretendere il rispetto che meritava, di dichiarare al mondo che la sua avventura torinese non sarebbe stata una vacanza".
Diletta..."D’altronde Roberto lui arriva in bianconero e la prima richiesta è quella di poter indossare la maglia più pesante, quella appartenuta ai campioni, quella che hanno scritto gran parte della storia della Juventus, così il primo pensiero vola verso L'Australia, verso colui che ha indossato per anni quel numero 10 che impreziosisce la schiena di ogni giocatore, Alex Del Piero. Maglia che giustamente la Juventus non ha ritirato, perché come sempre ha affermato l'ex capitano bianconero, tutti devono ambire ad indossare quella maglia, il numero 10 deve continuare a correre in quel campo verde, location di emozioni e spettacolo. Tevez ha dimostrato nella sua importante carriera, che ha la personalità adatta per farsi carico del peso, della responsabilità e della storia. Dopo un anno di magazzino, la 10 ora segna, corre, incanta avversari e tifosi. Tevez ha in mano la penna, con lui, la Juventus è pronta a scrivere altri capitoli della sua gloriosa storia. Senza dimenticare, il gran lavoro sul campo che in ogni partita svolge Carlitos. Attaccante, duttile, dinamico, ma all’occorrenza anche centrocampista e difensore, corre, recupera palloni, incoraggia i compagni di reparto e non solo, insomma un tuttofare. Passaggi attenti, con una visione di gioco a 360°, contrasti, ripartenze, un vero lottatore".
Chiude Roberto..."Proprio qui volevo arrivare, Diletta. Questo è l’aspetto sorprendente, almeno per me, del Tevez giocatore. Sapevo della sua propensione a partire molto lontano dalla porta, della sua abilità nello stretto, dei suoi rapidissimi cambi di passo e delle sterzate improvvise, ma questo sacrificio a servizio della squadra mi era ignoto. Un sacrificio raro da trovare in un attaccante, soprattutto se fuoriclasse. Faccio fatica a ricordarne uno simile. I Conte, i Nedved, i Davids erano campioni (il secondo fuoriclasse), ma in definitiva l’interdizione era il loro pane quotidiano, la loro predisposizione naturale. Ecco, se proprio devo dirne uno, lui mi ricorda, se non per le doti di atletismo, quantomeno per classe, grinta e determinazione il Vialli del tridente lippiano. Ma lui è Tevez, per chi già lo ama, l’Apache!".
Diletta Sirna ha scritto “Nel cuore della Juve”, collabora con TuttoJuve.com
Roberto Savino ha scritto “Alex Del Piero minuto per minuto”, “Imbattibili” ed “Incontentabili”, editorialista di Forza Juve Blog

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