Image Cross Fader Redux

(12 settembre 2013) di ROBERTO SAVINO - Sembra proprio ieri, non è un modo di dire, ma venti anni fa, il 12 settembre 1993, un ragazzo veneto debuttava in campionato con la maglia bianconera. Per omaggiarlo, non posso far altro che regalare al campione che in vita ho amato di più, il breve commento relativo alla sua prima apparizione, nonché l’intero capitolo che chiude il mio ALEX DEL PIERO MINUTO PER MINUTO. Altre parole non mi vengono, spero che queste siano piaciute a lui ed al lettore.

1. Il debutto assoluto e in serie A. Il 12 settembre 1993, nella 4a giornata del campionato, allo stadio Zaccheria di Foggia, la Juventus di Giovanni Trapattoni affronta la squadra locale in un match che si rileverà difficile e discusso. Un gol sarà annullato per dubbio fuorigioco all’attaccante dei dauni Roy nelle prime battute della gara, e una furibonda lite scoppierà in tribuna tra il sanguigno Boniperti e uno spettatore. Al 74° minuto, sul punteggio di 1 a 1 (68° Ravanelli), il Trap inserisce Del Piero al posto di Penna Bianca, per quello che può considerarsi il suo esordio ufficiale in maglia bianconera, e la partita resta ferma sul pareggio.

Come te nessuno mai. Ogni altra parola è superflua. Ma diciannove anni fantastici al fianco del condottiero bianconero potrebbero essere riassunti anche nello strepitoso articolo intriso di vero amore che Sandro Veronesi ha voluto offrire al suo Capitano nel mezzo del cammin della vita sportiva di un’autentica bandiera («Guerin Sportivo» n. 26 del 2000 – G.S. Storie n. 2 del 2011). Perché Alex è rimasto lo stesso anche nell’altra metà di una carriera agonistica senza eguali, fatta di trionfi e di cadute, di grandissimi numeri e di difficili scelte, sposando il caos calmo bianconero senza se e senza ma. La Juve lo ha aspettato quando lui era in difficoltà, lui ha fatto altrettanto quando ad aver bisogno di una mano era la sua Signora. La grandezza di Alex è nell’assenza della parabola che contraddistingue qualsiasi atleta. In lui non c’è il momento della nascita, dell’ascesa, dell’arrivo all’apice e dell’irrimediabile caduta. La sua carriera è fatta di picchi altissimi che si susseguono continuamente come un sismografo durante una forte scossa tellurica, di vette raggiunte a ripetizione come un elettrocardiogramma impazzito. Il primo lustro è fantastico e Alex, supportato da una squadra di guerrieri, ma senza l’aiuto di alcuno sherpa nepalese, staziona sulla catena dell’Himalaya scendendo in pianura solo per mandare messaggi di normalità. Sale e scende l’Everest con irridente facilità, entrando direttamente nei cuori della gente con numeri di altissima scuola, tanto che basterebbe solo quel quinquennio per definirlo un fuoriclasse di prima grandezza. Seguono il fastidioso infortunio nella finale di Champions del 1998, la rincorsa affannosa per il Mondiale francese, il recupero affrettato, le critiche spietate e la drammatica caduta di Udine che lo lascia fuori dai giochi per tanti mesi. Il ritorno è difficilissimo. I fucili sono spianati e godono al solo pensiero che un simile artista abbia difficoltà. È finito! Alex è tenace e l’esperienza lo fortifica. La ripresa è lenta e quando sembra che il peggio sia finalmente alle spalle, nella sua mente cominciano le preoccupazioni familiari. È finito! L’uomo accetta il destino, il Campione lo supera corazzandosi ancor di più. Ritorna un fantastico cecchino, più potente, meno estemporaneo, di certo più continuo. Si affina giorno dopo giorno. Destro e sinistro ormai per lui pari sono, anche se il primo è per le pennellate e il secondo per le imboscate. Vince ancora come ai bei tempi, raggiungendo senza bombole d’ossigeno il Lhotse. Poi per la prima volta in maglia bianconera viene messo in discussione. È finito! Gli vengono in soccorso i ben più difficili momenti già attraversati, al cui confronto questo è una quisquilia. Convincerà sul campo che la Juve ha ancora bisogno di lui. Sul campo, solo su quello, senza polemiche e dichiarazioni roboanti, senza ciglia affettate o creste impomatate, inanellando in silenzio ancora successi straordinari e scalando in continuazione e a mani nude il K2. Ma dietro l’angolo, l’imponderabile aspetta lui e milioni di tifosi. Sotto processo per essere la più forte, Madama è costretta al pubblico ludibrio e, denudata dei suoi ultimi titoli, senza proferire parola, dopo neanche cento giorni riparte dal Purgatorio. Alex sceglie di rimanere. Meglio ancora, non sceglie di andarsene, divenendo il portavoce silenzioso di un popolo che senza risse, senza ciclomotori che volano dagli spalti e senza bengala in testa agli avversari, civilmente e senza isterismi accetta (pur non riconoscendola invocando la vera giustizia) la punizione. È da campione del mondo che affronta con smisurato orgoglio la serie cadetta. Insieme a meravigliosi fuoriclasse trascina con il suo esempio i più giovani di una squadra con pochi punti di riferimento. Ritorna in serie A con il titolo di capocannoniere, ma inizia la nuova stagione tra mille difficoltà. Ancora una volta è messo in discussione e attraversa un momento difficilissimo. È finito! Si sblocca tutto d’un tratto. Diventa capocannoniere della massima categoria e si guadagna il diritto a ricalcare i palcoscenici più prestigiosi. Ridicolizza il Real Madrid in casa e fuori. La standing ovation del Bernabeu sotto gli occhi di Maradona non è un tributo per ciò che ha fatto in carriera, ma per la maniera con cui ha strapazzato le merengues in novanta minuti pazzeschi. È sul Kangchenjunga quando sfonda ancora il muro dei venti gol nell’annata, ma subito deve affrontare nuove difficoltà. Noie muscolari a ripetizione contraddistinguono l’inizio della stagione 2009-2010. È finito! Si rimette in sesto, affida i preziosi muscoli al suo preparatore personale Giovanni Bonocore e al suo staff e nelle due annate che seguono, tra difficoltà enormi e risultati che, purtroppo, maledettamente non arrivano, Alex mette l’anima in campo, raggiunge in solitario il Makalu, risultando alla resa dei conti sempre il migliore. E poi, l’ultima stagione. È un condensato di sentimenti ed emozioni che da sole giustificherebbero un’intera carriera. È un lungo addio alla sua squadra con l’intima speranza di un ripensamento dall’alto che inesorabilmente evapora, così come svanisce un sogno dai contorni ben definiti che improvvisamente ci si accorge essere irreali. Un infinito tributo dei suoi tifosi, anch’essi desiderosi di vederlo almeno un anno ancora con la maglia numero 10 a strisce bianconere sulle spalle, accompagna Alex in un’annata difficilissima, che lui accetta di vivere da vero campione quale è. Con la sua classe in campo e fuori, Del Piero partecipa attivamente alla cavalcata di una compagine di imbattibili in campionato, guidata da un tecnico che si farebbe scuoiare pur di non perdere un match. Lo struggente saluto nell’ultimo incontro casalingo contro l’Atalanta resterà negli annali dello sport, con un intero popolo che a fiumi restituisce al suo Campione lacrime di zucchero intrise di amore, riconoscenza e passione, capaci da sole di riportarlo sull’Everest dell’immortalità. La sconfitta nella finale di Coppa Italia pochi giorni dopo il trionfo che vale la terza stella dei bianconeri è la chiusura di una storia fantastica in linea con il ventennio che l’ha preceduta, con vittorie strepitose il più delle volte condite da magie inarrivabili, alternate a sconfitte brucianti, talvolta accompagnate da prestazioni deludenti. Da puro conoscitore della spietata legge dello sport, Del Piero ha vissuto i trionfi e accettato le disfatte sempre da fuoriclasse, nella consapevolezza di aver in ogni caso dato il massimo nel pieno rispetto dell’avversario. Ma oltre che condividerla, quella stessa legge Alex l’ha domata per un lasso di tempo sconosciuto in tutta la storia bianconera, dimostrando con i fatti di meritare più a lungo di tutti una maglia già appartenuta a uomini della stessa levatura. Batte tutti i record più prestigiosi in maglia bianconera e lo fa con la stessa classe ed eleganza dei precedenti detentori, primi fra tutti Boniperti e Scirea. Il Sire di Barengo, seppur dispiaciuto, è maledettamente orgoglioso di aver portato in bianconero una stella così luminosa che, comunque vada, mai potrà offuscare la sua. Quanto a Gaetano, lui avrebbe solo meritato di esser presente nel momento in cui Alex alzava al cielo con emozione quella sua maglia numero 6 donatagli da Mariella e Riccardo Scirea dopo essersi appropriato del primato di presenze in maglia bianconera. Ma Del Piero è molto di più dei numeri raggiunti. Di certo sui calci da fermo se la gioca alla grandissima con i più grandi e forse è il migliore grazie a un destro che ha pochi eguali, così come eccelle in generosità, professionalità e carisma. Ma forse non ha la classe di Platini, né l’ardore di Vialli. Di certo non ha il sinistro di Sivori, non è corretto quanto Scirea, né longevo (ma su questo non ne sono sicuro) come Zoff. Non ha il fiuto del gol di Inzaghi e Trezeguet, e Roby Baggio gli è superiore nel dribbling. Non ha il tocco di palla di Zidane, né tanto meno il colpo di testa di Bettega. Non è grintoso come Davids e Furino, né ha il senso di abnegazione di Nedved. Ma anche nel calcio, come in matematica, è la somma che fa il totale e Alex, talvolta in maniera assai accentuata, talaltra un po’ meno, possiede tutte le qualità suddette, tanto da essere così completo da ergersi indiscutibilmente sul gradino più alto del podio tra tutti i calciatori della Storia di Madama (così come autorevolmente attestato nel «Guerin Sportivo Storie» n. 2 del febbraio 2011). Perché Del Piero – son parole di Lippi (D. Scarnati e M. Franzelli, Lo sberleffo di Godot 2) – è campione e gregario. Molto spesso è il fenomenale Fausto Coppi della Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del 1949, tante altre è al servizio dei compagni come lo scudiero Carrea lo era dell’Airone. Da vero Jury Chechi del pallone ha rasentato la perfezione con gesti memorabili, ha sfidato la sorte battendola più volte, talvolta accettando come il Signore degli Anelli immeritati verdetti sportivi. Come Mohammed Ali, il Capitano ha fatto sfogare per interi round i suoi Foreman denigratori, affrontandoli con la leggerezza di una farfalla; pungente come un’ape, poi, ha avuto ragione di questi, mettendoli k.o. con naturalezza e lasciandoli da Re al tappeto nella totale indifferenza. Con una vera squadra alle spalle ha sempre dimostrato di essere l’arma in più per il raggiungimento dei più alti obiettivi. Così, prendendo a riferimento soltanto i primi tredici anni di carriera in bianconero, coincidenti con gli eventi dell’estate del 2006, ed escludendo la sua stagione d’esordio, ci si accorge che ogni sua annata positiva è coincisa con un trionfo bianconero nazionale o internazionale, mentre in quelle più negative (soprattutto a causa degli infortuni) la squadra ha raccolto poco o nulla. Ovviamente è solo un dato, rilevato nella piena consapevolezza che l’esito di ogni stagione calcistica è legato a tutta una serie di fattori che prescindono dallo stato di forma di un singolo giocatore. Ma tant’è. Accanto a fuoriclasse di ogni genere e ruolo, il numero dieci bianconero è stato spesso l’ago di una bilancia che ha fatto pendere da una parte o dall’altra l’esito di intere stagioni calcistiche. Al termine della stagione 2011-2012, calcolando anche quelle con la Primavera, sono oltre trecento le realizzazioni di Alex in maglia bianconera, di cui ben 289 (per chi scrive sempre 290) quelle con la prima squadra in 705 presenze, o meglio in 49006 minuti (pari a 544 partite giocate interamente), recuperi esclusi, alla media di un gol ogni 169 minuti. Insomma, l’Avvocato non lo ha potuto assaporare appieno, sennò altro che Godot. Ogni volta che l’abbiamo aspettato Alex è arrivato, alcune volte non puntuale, d’accordo, ma aveva sempre i suoi buoni motivi, sconfinando nell’assurdo solo per via di una carriera straordinaria, sviluppatasi sempre al fianco della sua amata squadra del cuore come binari paralleli diretti verso l’infinito. Altro che Pinturicchio. Qui siamo di fronte davvero, a parte le vite private così agli antipodi, a un Caravaggio del calcio che ha riempito anche i vuoti d’ombra di arte, ma si è superato nei primi piani, illuminandoli di luce diretta, dipingendo in continuazione la sua vocazione per poi regalarla sistematicamente al pubblico adorante. Ma alessandrodelpiero è ancora di più. È la realizzazione del sogno di ogni bambino cresciuto con quei due colori nella testa, che ogni volta per novanta minuti e, quel che più è grave, senza alcun valido motivo, regredisce ancestralmente in un inebetito stato primordiale. Per quasi cinquantamila volte, la nostra bandiera, senza suscitare la benché minima invidia, ha esaudito i desiderata di chi in gioventù aspirava a giocare anche solo sessanta secondi con quella gloriosa maglia sulle spalle, dormendo – come lui – con il poster del superbo Michel nella propria cameretta, giocando ore e ore lanciando una pallina da tennis sulla stessa parete ormai nero stellata per simulare un cross da colpire al volo, il tutto per l’esclusiva gioia di una mamma disperata (come la mia). Per quanto, poi, le vere lezioni durante l’esistenza siano appannaggio dei maestri di vita che ciascuno di noi ha la fortuna, se ce l’ha, di incontrare, Alex nel suo piccolo ne ha in continuazione dispensate nel corso della sua carriera. Posto dinanzi alle mille difficoltà grandi e piccine che tutti attraversano nel proprio ambito familiare e professionale, il Capitano ha insegnato a non arrendersi mai e a inseguire gli obiettivi, i sogni e le ambizioni senza scorciatoie, il tutto in silenzio, senza sbraitare o rivendicare solo a parole i suoi talenti. Per non dire della riconoscenza dimostrata verso una maglia (e nei confronti dei suoi tifosi) a cui tanto ha dato, ma da cui ha altrettanto ricevuto. In conclusione, come ha ben affermato Paolo De Paola, Del Piero è uno stile. È garanzia di classe e qualità che sembra non subire le offese del tempo («Guerin Sportivo», Storie n. 2 del 2011). Con la sua maestria, ora il nostro Alex porterà le sue gambe in giro per il mondo a regalare emozioni e lampi di immensa classe. Ma potrà andare finanche in Australia, e anzi, più si allontanerà, più rimarrà per sempre il nostro Capitano, quello per il quale abbiamo tante volte sospirato e grazie al quale innumerevoli volte gioito. Perché per noi varrà all’infinito quanto scritto su quel vessillo in onore di un Campione assoluto che ha lasciato una traccia indelebile nell’universo di una squadra inimitabile: come te nessuno mai. p.s.: Manca volutamente l’accenno alla fantastica «Ode a Del Piero» di Michele Placido perché la sua domanda finale è anche la mia. Tu, come hai fatto tu, che non hai creduto in Del Piero, a non credere in Del Piero?

4 commenti...dì la tua!... Leggi e aggiungi il tuo commento!

  1. .....e' inutile aggiungere parole ad un'articolo di per se' perfetto....io ricordo solo che a differenza di altri IL CAPITANO e se permettete il grande BUFFON non hanno abbandonato la nave quando siamo retrocessi.Tutta l'Europa li avrebbe acquistati...............a me basta questo per renderlo unico!!!!....I 2 CAPITANI...Alessandro e Gianluigi!!!

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  2. .....Il riferimento e' per Cannavaro e Zambrotta......................TRADITORI!!!!!!

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