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di ROBERTO SAVINO - Quattro mesi sembrati eterni son finalmente passati e nel giorno del ritorno del Condottiero alla guida della sua squadra, non mi resta che regalare a lui ed a tutti voi, il profilo della sua prima annata in bianconero, tratto da “Imbattibili - La Juve della terza stella: il racconto di una stagione fantastica”. 

ANTONIO CONTE: Tacciato di integralismo per via di un modulo di gioco, il 4 2 4, da lui fatto interpretare a meraviglia nelle precedenti esperienze da allenatore, Antonio Conte smentisce tutti gli scienziati pallonari, rivedendo fin da subito il suo credo tattico, adattandolo alle caratteristiche dei suoi uomini e non viceversa. La sua prima grande vittoria, sintomo di grande intelligenza è, quindi, quella di non intestardirsi su posizioni preconcette, di capire prima e meglio di tutti ciò che è più utile per la sua squadra.
Altro che talebano della panchina. Il tecnico salentino, barese d’adozione (e già questa è un’anomalia), intuisce dopo poche uscite che Pirlo, Marchisio e Vidal devono necessariamente coesistere per far esplodere il rendimento della squadra e che né Claudio né Arturo possono esprimere il meglio di sé nel ruolo di esterno. Così, sperimentato il 4 2 3 1 e poi il 4 1 4 1, Conte capisce che l’unico credo a non dover essere mai abbandonato è quello dei tre centrali di centrocampo, i quali, partita dopo partita, si integrano meravigliosamente uno con l’altro. Nasce, dunque, a seconda delle situazioni e delle caratteristiche degli uomini a disposizione, la Juve del 4 3 3 o del 3 5 2. La Juve del trentesimo scudetto. Così, se la difesa risulta essere di gran lunga la meno perforata d’Europa, il merito non è soltanto di interpreti perfetti nel ruolo, ma anche di un centrocampo che gioca a memoria e che garantisce, innanzitutto, un’ottima copertura che fa filtrare il minimo sindacale. Nel contempo, la capacità di inserimento di Marchisio e Vidal è una peculiarità troppo importante per non essere sfruttata a dovere. In tutto questo, quindi, il compito delle punte non può ridursi solo al gol. Gli attaccanti devono partecipare alla manovra (ecco la ragione per la quale il tecnico stravede per Vucinic), sfiancarsi in un lavoro di raccordo che, se incide sulla loro lucidità nei sedici metri, inevitabilmente garantisce al collettivo di potersi esprimere al meglio, permettendo proprio quegli inserimenti tanto cari al giovane mister.
Antonio Conte non ha un Van Basten tra le propie fila, ma il gioco di questa Juve, e non è un’eresia, ricorda molto quello del più splendente Sacchi milanista, fatto di tanto movimento senza palla, spostamenti giusti, incursioni continue e tanta, tantissima corsa.
Nel carattere e nel gioco, a volte sembra poi di rivedere la prima fantastica Juventus di Marcello Lippi, mentre nella solidità della squadra, il riferimento più immediato è all’imbattibile Juventus di Capello.
Alla faccia del fissato di un unico schema, Antonio Conte in alcuni momenti di partita sembra adoperare al meglio il 5 5 5 del suo conterraneo Canà, con giocatori che sembrano sdoppiarsi in più ruoli nell’ambito di una stessa azione.
Ma Antonio Conte è Antonio Conte e basta. Condottiero di mille battaglie sul rettangolo verde, con umiltà ha plasmato un gruppo di uomini veri pronti a tutto per la maglia. Con autorità scevra di autoritarsismo ha inculcato in tutti i componenti della rosa lo spirito Juve. Quello vero, fatto di sguardi rivolti al passato glorioso oppure tra occhi assetati di vittoria; di insegnamenti, di passione e di un’incommensurabile voglia di non arrendersi mai. In pratica, uno spirito Juve troppo spesso impropriamente sbandierato negli anni appena trascorsi soltanto per la gioia di taccuini e telecamere.
Ovviamente anche lui ha fatto degli errori, ci mancherebbe. Ma non è questo il punto. Quello che ha detto, Antonio Conte ha fatto. Incurante dei nomi incisi sulle maglie di ciascun giocatore bianconero, il mister ha dato spazio di volta in volta, partita per partita, soltanto a chi, secondo la sua opinione, lo meritava più degli altri sotto il profilo della forma fisica, della voglia di vincere e della partecipazione ad un progetto partito a fari spenti nella notte ed approdato in Paradiso. Senza se, senza ma, senza alcun condizionamento o pressione esterna, Antonio Conte ha deciso, ha sbagliato, ma tanto più spesso ci ha visto giusto, costruendo un’armata invincibile, un collettivo straordinario che ha scritto una delle pagine più belle della Storia della Vecchia Signora.
Alla faccia del fissato, ha gestito il gruppo in maniera fantastica. Così, ad esempio, soprattutto nel dispendioso ruolo degli esterni, per uno che scendeva di condizione c’era subito quello pronto a prendere il suo posto per farlo rifiatare. Con intelligenza si è affidato alle colonne bianconere per costruire un gruppo monolitico che ha resistito a qualunque tempesta e, soprattutto, a polemiche esageratissime da parte di chi, vedendosi scivolare la supremazia dalle mani, ha preferito gettare l’esca dell’alibi in un mare tutto bianconero.
Da ottimo psicologo, Conte ha coinvolto nel progetto tutta la sua rosa di giocatori senza fare alcuna preferenza, senza regalare scorciatoie, senza fare nessuno sconto. Così ognuno si è sentito al centro dell’attenzione, dando il massimo per l’unico risultato che valeva la pena raggiungere: la vittoria del tricolore. A tutti i giocatori inseriti in avvio di stagione nel progetto, Antonio Conte ha concesso più volte la possibilità di esprimere le proprie potenzialità. A volte ci è riuscito, rigenerando giocatori che con dedizione si sono giocati al meglio il jolly offertogli dal Mister, per imporsi al grande pubblico come giocatori diversi e più completi rispetto a qualche mese prima. Altre volte, si è arreso suo malgrado di fronte ad interpreti che non hanno avuto la personalità di recepire i suoi insegnamenti. Ma lui ci ha provato ed ancora una volta è questa la cosa più importante.
Giocatore prima ancora che allenatore, Antonio Conte non subisce la partita. La vive in ogni suo aspetto, la gioca con la mente mille volte nei giorni precedenti, la costruisce con le urla che, se necessario, assillano i suoi giocatori durante tutti i novanta minuti, la analizza lucidamente, la assimila ogni volta per capire gli errori, per intuire sbavature, per poi correggere movimenti o scelte sbagliate. Ma il più grande merito che va ascritto al tecnico salentino è quello di aver mantenuto, partita dopo partita, altissima la concentrazione. Non ha dato nulla per scontato e, quando i risultati non sono stati pari alle aspettative, magari con pareggi in serie contro squadre costrette ad arroccarsi nella propria area per mantenere il risultato, il tecnico non si è né abbattuto, nè perso d’animo, trovando nelle critiche, giuste o ingiuste che siano state, un motivo di crescita sotto il profilo professionale; quella crescita che Conte si è affrettato a trasmettere ai suoi uomini affinchè non restasse fine a se stessa inaridendosi nel proprio io. A fari spenti ha cominciato il campionato, evitando il più possibile che i riflettori della gloria abbagliassero la vanità del gruppo, facendogli inevitabilmente perdere di vista l’obiettivo finale. E quando è divenuto impossibile tenere questi fari ancora smorzati, ci ha pensato lui stesso a gettare la maschera, con un discorso diretto alla squadra degno del miglior Al Pacino nel quale evidenziava i rischi psicologici di questa nuova condizione, ma avendo cura di riversare tutta la pressione psicologica sugli avversari per la corsa al titolo.
E da quel momento, altro che centimetri, il suo gruppo non ha mollato più nemmeno un millimetro, volando verso una terza stella favolosa, strappata con le unghie e con la caparbietà di chi non si sente inferiore a nessuno.
Perché Antonio Conte è venuto alla Juve per aprire un ciclo importante della Storia bianconera. E lo ha fatto al momento giusto, con alle spalle una società all’altezza della situazione, che lo ha supportato fin dal primo giorno della sua fantastica avventura. Quella stessa società che, ne siamo certi, non si cullerà dietro questo strepitoso traguardo raggiunto ma, come da tradizione, saprà farlo fruttare al meglio. Perché la Storia della Juve è fatta solo di cicli e mal si concilia con exploit giubilari da vivere sulla sponda del Tevere o di tricolori meneghini si da record, ma figli unici in un quarto di secolo.
Già il prossimo anno la squadra è attesa al varco da una stagione ben più impegnativa di quella appena trascorsa. La partecipazione alla massima competizione europea presupporrà un altro tipo di preparazione, di attenzione e la rosa dovrà essere necessariamente adeguata. La Juve sarà come al solito pronta, possiamo starne certi. Con lei, il suo fantastico condottiero, che sicuramente non si nasconderà dietro il dito degli impegni continentali, così tanto faticosamente conquistati, per giustificare eventuali passi falsi.
Imbattuta in tutta la stagione tra campionato e Coppa Italia (al momento di andare in stampa manca l’ultima giornata e la finale di Coppa Italia all’Olimpico di Roma contro il Napoli), la Juventus conquista un tricolore fantastico, con ogni vittoria che è sembrata quella della svolta e un crescendo finale tanto appassionante quanto travolgente. Il trentesimo scudetto sarà inscindibilmente legato a un uomo dal nome aristocratico ma con la cazzimma del Condottiero, per il quale “perdere è come morire”.
Voto 10 e lode

10 commenti...dì la tua!... Leggi e aggiungi il tuo commento!

  1. Finalmente un tuo pezzo! Savino sei il migliore!

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  2. BENTORNATO CAPITANO!!

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  3. Giovanna MisciDelPiero8 dicembre 2012 12:55

    Siamo tutti felicissimi per il ritorno del nostro Mister!!!! Stupendo il tuo articolo......10 e lode anche a te Roberto!

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  4. Savino super come sempre!!

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  5. Grazie jens, sempre gentilissimo.....grazie giovanna.....l'anonimo chi è?

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  6. Fabio Morelli: Savino bellissimo articolo!!!

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  7. Bravo roberto ....

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  8. Poi qualcuno fa scrivere i suoi libri a crocetti....croselli, mha'

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